Intervista a IDC: L’Italia sconta un ritardo di anni, ma Industria 4.0 è il primo passo per una vera e propria politica industriale europea

ScenariDigitali.info intervista gli analisti di IDC Italia, una delle principali società d’analisi e consulenza in ambito ICT e innovazione, per fare il punto sui temi cruciali dell’Italia di oggi: Industria e Impresa 4.0, startup, competenze digitali, e-commerce di terza generazione, Intelligenza Artificiale (AI), Big Data eccetera. Hanno risposto alle nostre domande, nei rispettivi ambiti di competenza, i seguenti analisti: Lorenzo Veronesi, Research Manager, IDC Manufacturing Insights EMEA; Giancarlo Vercellino (Research & Consulting Manager, IDC Italia); Giulio Raffaele, Senior Research Analyst, IDC Retail Insights EMEA.

IDC: Industria 4.0 è il primo passo per una vera e propria politica industriale europea
IDC: Industria 4.0 è il primo passo per una vera e propria politica industriale europea

Scenari Digitali: Industria 4.0 registra ritmi cinesi: +11% gli investimenti in beni 4.0, mentre la produzione industriale segna +3% e l’export +8%. Il 2018 sarà l’anno della formazione. Come si può colmare il divario nelle competenze digitali?

Lorenzo Veronesi (Research Manager, IDC Manufacturing Insights EMEA): Ritmi Cinesi. Appunto. Infatti non va dimenticato che questa crescita è “tirata” e dipendente da una buona domanda mondiale, di cui la Cina è ormai un costituente chiave. Nonostante ciò, fra tutti i Paesi Europei, l’Italia è ancora uno di quelli che cresce meno. Inoltre, è certamente una buona notizia assistere a questo rinnovato interesse da parte delle aziende italiane nella tecnologia, ma va anche tenuto conto che il Paese sconta un ritardo di qualche anno nei confronti dei “first movers” come Germania e USA, e che non può certo competere in quantità di investimenti con i miliardi di dollari sul piatto nel piano “CHINA 2025”. Detto questo, secondo IDC l’opportunità che la tecnologia offre è duplice.

Da un lato, aumentare la produttività. Questo vuol dire fare di più, e meglio, a un costo inferiore e quindi restare competitivi. Soprattutto per le SMB, l’investimento in tecnologia può rappresentare un modo relativamente rapido di “appropriarsi” delle tecnologie, dei metodi e dei processi in uso in aziende leader, e quindi recuperare terreno rapidamente. Dall’altro lato, parliamo di scala. Negli ultimi 40 anni le aziende italiane hanno compensato la cronica mancanza di scala aggregandosi in distretti. Questo modello però è adesso parzialmente in crisi. Grazie alla tecnologia, le aziende hanno la possibilità per la prima volta di partecipare in ecosistemi internazionali di innovazione, disegno, produzione e servizio che stanno cambiando la natura dei mercati e dei processi.

IDC stima che entro il 2020, il 50% delle aziende industriali Europee di medio / grandi dimensioni si affiderà a piattaforme ed ecosistemi digitali per la gestione dei processi e dei canali di vendita generando un valore fino al 30% delle loro fatturato. Sono chiare le opportunità di crescita per qualunque azienda abbia la volontà di (ri) mettersi in gioco.

Scenari Digitali: Nell’ultimo anno il tasso di adozione delle tecnologie è in rialzo del 6%, segno che le aziende credono nell’innovazione e nella trasformazione digitale. Adesso è l’ora di puntare sulla rivisitazione dei modelli di business per recuperare produttività e competitività? L’evoluzione è in atto? Le Pmi sono pronte?

Giancarlo Vercellino (Research & Consulting Manager, IDC Italia): Premesso che il segmento delle PMI è costituito da un intero universo estremamente articolato ed eterogeneo, soprattutto in Italia, se cerchiamo di sintetizzare i tratti comuni delle PMI che cercano attivamente di muoversi su una traiettoria di innovazione, vediamo che tra le diverse dimensioni che IDC attribuisce alla fenomeno piuttosto poliedrico della Trasformazione Digitale emerge in modo piuttosto evidente la tendenza a rinnovare profondamente i processi produttivi e le operations: circa un terzo delle PMI più innovative cercano di rendere le operazioni aziendali più agili ed efficaci, attraverso la digitalizzazione dei fattori produttivi lungo la filiera dei partner e dei clienti, favorendo processi di collaborazione e, in alcuni casi, di vera e propria integrazione, sempre più estesi lungo la catena produttiva. Questo genere di sviluppi presuppone una gestione sempre più sofisticata e capillare dei dati aziendali, e una essenziale trasformazione del ruolo dell’IT aziendale: infatti circa il 50% delle PMI più innovative evidenzia un altro sintomo tipico delle imprese che procedono verso la Trasformazione Digitale, ovvero la tendenza a cercare di costruire un vantaggio competitivo attraverso un diverso impiego dei dati, consentendo all’azienda di prendere decisioni basata sulla migliore rappresentazione possibile dei fatti. In conclusione, le PMI italiane più innovative sono molto concrete, intervengono sui fattori che conoscono meglio, cercano di trasformazione i modelli operativi e i processi di analisi. Soltanto una su cinque tenta di ridisegnare il modello complessivo del business aziendale, processo di cambiamento molto complesso anche nelle organizzazioni più snelle, perché a livello imprenditoriale richiede una grande visione creativa e una fortissima propensione al rischio.

Scenari Digitali: Le startup rappresentano una grande opportunità e una sfida, un mercato con 45 mila addetti, ma servono adeguate fonti di finanziamento. La Francia ha un piano da 13 miliardi di euro per sostenerne lo sviluppo. L’Italia cosa può fare per stare al passo con i Paesi più innovativi d’Europa?

Giancarlo Vercellino (Research & Consulting Manager, IDC Italia): È un tema assai dibattuto, su cui esistono punti di vista molto differenti e nessuno possiede la ricetta magica. La fragilità della struttura finanziaria è un tema che non riguarda soltanto le start-up, ma in generale una buona parte delle PMI del nostro Paese, indipendentemente dal loro posizionamento rispetto al tema dell’innovazione tecnologica. Il finanziamento delle start-up è un tema molto delicato, perché le nuove imprese passano attraverso fasi di sviluppo progressivo che richiedono interventi di natura finanziaria molto diversi (dalle fasi di seed, all’early stage, fino alle fase di maturità successiva, later stage, mezzanine eccetera). Un sistema Paese che intenda promuovere qualsiasi genere di imprenditorialità tecnologica deve saper bilanciare efficacemente qualità e quantità, sia nei processi di finanziamento, che nei processi di selezione/promozione delle imprese (attraverso canali istituzionali e non, dagli incubatori universitari fino agli acceleratori, sia pubblici che privati), perché, come evidenziava Schumpeter quando studiava l’ innovazione, si tratta di un processo estremamente dispendioso in termini di risorse imprenditoriali, finanziarie e umane. Schumpeter sosteneva che di tanti inventori con nuove idee che fondano la propria impresa, la gran parte sarebbe fallita miseramente entro poco tempo, mentre soltanto pochissimi sarebbero riusciti a fondare un nuovo grande colosso capace di produrre ricchezza per un’intera nazione. Proponendo questa metafora, a titolo del tutto esemplificativo, Schumpeter parlava di un rapporto di 1000 contro 1, ma la verità è che nessuno conosce davvero quanto sia intenso questo processo selettivo e quali siano i parametri per valutare se il meccanismo di selezione è virtuoso oppure no (tranne il mercato). Su questi temi l’Europa deve costruirsi esperienze, competenze e statistiche interamente europee per comprendere davvero quali siano gli strumenti migliori per sostenere le start-up e le imprese innovative. Gli indirizzi di politica industriale che in diversi paesi europei (Francia, Germania, UK eccetera) si sono orientati, con maggiore o minore concertazione, rispetto all’Industria 4.0 sono forse il primo passo per una vera e propria politica industriale europea su questi temi. E confidiamo che questi interventi proseguiranno con costanza e perseveranza in quadro di concertazione europea sempre più esteso.

Scenari Digitali: In 6 anni sono aumentate di +9mila unità le imprese italiane che vendono online, ma il Paese rimane nelle retrovie. L’Italia dovrebbe scommettere su cultura digitale ed alfabetizzazione informatica e su un’adeguata infrastruttura tecnologica. Serve un piano anche per lo shopping in Rete?

Giulio Raffaele (Senior Research Analyst, IDC Retail Insights EMEA): I retailer italiani mantengono stabili i loro piani di investimento in piattaforme e-commerce, con il 35% delle aziende del settore che, per il 2018, si sta impegnando ad introdurre una nuova soluzione o un aggiornamento di una soluzione esistente. Si tratta senza dubbio di un buon segnale, soprattutto se combinato con le stime di crescita del valore del mercato e-commerce di prodotto. L’aspetto fondamentale non risiede tanto nella decisione di investire o meno in una soluzione e-commerce (la cui essenzialità è chiara per i retailer italiani) quanto nell’adozione delle capacità della terza generazione dell’ecommerce, all’interno di una più ampia strategia omni-channel. A livello mondiale, la prima generazione dell’ecommerce era completamente incentrata sul prodotto, in un contesto Web frammentato e popolato da retailer precursori che adottavano strategie di ecommerce isolate. La seconda generazione si prestava all’analisi del comportamento dei clienti, introducendo le prime basilari segmentazioni, e vedeva una lenta transizione dal web al mobile web, grazie all’introduzione degli smartphone. Nei Paesi più maturi, l’ecommerce è ora nel pieno della terza generazione. Tra gli elementi caratterizzanti di questa generazione si riconoscono ad esempio la personalizzazione dell’esperienza dei clienti, la gestione efficiente ed efficace degli ordini, e l’approccio mobile-first (predisposto a innovazioni come la realtà aumentata). Fatta eccezione per alcune realtà isolate, i retailer Italiani non sono ancora attivi nella transizione dalla seconda alla terza generazione dell’e-commerce. A tal proposito, è rappresentativo il fatto che il 30% dei retailer italiani investirà per la prima volta nello sviluppo di un’applicazione mobile nel 2018, in confronto, ad esempio, al contesto UK in cui la percentuale si riduce al 12%. Per far sì che il mercato e-commerce italiano continui a crescere, è essenziale che i retailer Italiani adottino una pianificazione di lungo periodo ed abbiano gli strumenti adatti ad eseguire i piani. Da un lato, è quindi necessaria la definizione della missione di innovazione dell’azienda, lavorando poi a ritroso sui programmi di trasformazione digitale e gli specifici casi d’uso che condurranno al compimento di tale missione. Dall’altro lato, è fondamentale che i retailer italiani inizino ad investire fin da subito nell’implementazione di una retail omni-channel (OC) commerce platform. Questa piattaforma digitale si basa su quattro capacità chiave (OC customer experience management, OC commerce engine, OC order fulfilment, OC content management) ed è dotata di fondamenta di Intelligenza Artificiale (AI) che orchestrano tutte le attività omni-channel in tempo reale, inclusi i servizi della piattaforma ecommerce. La transizione alla terza generazione dell’e-commerce è dunque abilitata dall’adozione della omni-channel platform, passando da un approccio di e-commerce isolato dal resto delle attività del retail a un approccio di completa integrazione con i magazzini, i negozi, la supply chain e i partner aziendali.

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