Riforma del copyright: unicorni in Europa e la sindrome italiana del Piccolo Mondo Antico

Ci sono gli evergreen. I corsi e ricorsi, gli eterni ritorni di fiamma. Nel recente passato sul tema della WebTax, oggi sulla riforma UE del copyright. Tutti allineati sulle posizioni della Fieg, tutti impettiti a difendere i vecchi (sempre più obsoleti) arnesi della carta stampata. Ancora una volta l’Italia sceglie la scorciatoia dell’arroccamento del copyright contro le opportunità del digitale. Anche quando difende istanze (in parte) giuste (aiutare i creatori di contenuti a monetizzare il loro lavoro, senza finire stritolati dalle Big IT, i colossi delle piattaforme Web che tutto fagocitano diventando monopolisti de facto, come i Padroni delle Ferriere dell’800), sembra che l’Italia sogni di chiudersi in una fortezza luddista da Piccolo Mondo Antico. Il Belpaese non vota da posizioni di forza come la Germania, ma da posizioni di fragilità e debolezza, sposando modelli anti produttività e anti competitività.


Ma c’è di più. E di peggio. Soprattutto, di insidioso, per un Paese ad alto debito e bassa produttività come l’Italia. Come scrissi in Porka Troika e in millemila news dal 2000 al 2017, temo che il luddismo italiano (che è carsico, ma riemerge sempre, soprattutto nei voti nelle direttive europee) sia il nostro peggior difetto. Agli occhi della finanza globale, quando noi votiamo queste riforme o direttive, sembra che urliamo, uniti come un sol uomo, “Fermate il mondo, voglio scendere”. L’Italia non è un Paese per Internet, scrissi anni fa. E siamo sempre lì. Le ragioni (forti) della Germania (Paese produttivo e competitivo ai massimi livelli) vengono usate dall’Italia (fragile e scarsamente internet-friendly) in forma di subalternità, per nascondere i propri atavici ritardi nell’economia digitale: ritardi nella banda larga fissa, nell’e-commerce, nelle competenze digitali eccetera. E così si entra in un circolo vizioso, per dare una mano alla FIEG, a Cairo Editore (favorevole alla riforma Ue, perché la riforma offre più frecce all’arco negoziale con i colossi Internet), e diventiamo invece luddisti, i nemici della Rete che, poi, al momento giusto, vanno puniti quando c’è aria di tempesta sui mercati.

Il club degli unicorni (le startup da un miliardo di dollari)
Il club degli unicorni (le startup da un miliardo di dollari)

E l’Europa? La solita, vecchia fortezza europea che ha una manciata di unicorni e nessuno nella Top 10, mentre la Svezia ha saputo almeno diventare una fabbrica di startup da un miliardo di dollari, digitalizzando il Paese a tappe forzate, con 22.000 imprese ad alto contenuto tecnologico solo a Stoccolma, una città di appena 900.000 abitanti. Il ritardo europeo è sotto gli occhi di tutti.

Anche nella sharing economy, primi gli USA e poi la Cina, poca Europa.
Anche nella sharing economy, primi gli USA e poi la Cina, poca Europa.

L’Uganda, con il 28,1% di popolazione adulta impegnata in attività imprenditoriali, è il Paese più imprenditoriale al mondo, in Nigeria le startup sono tanto numerose quanto in Germania, mentre Israele ha realizzato un ecosistema in grado di attrarre startup dall’estero, mettendo sul piatto ben 450 milioni di dollari, l’India, per numero di startup, si piazza alle spalle degli Stati Uniti, e in Cile le startup possono aspirare, ciascuna, a 40 mila dollari di finanziamento pubblico a fondo perduto.

A marzo scorso in Europa risultavano attive oltre 150 imprese tecnologiche, con una capitalizzazione superiore al miliardo di dollari e circa 0,8 miliardi di valore medio. Le exit sono però in calo. Solo la Svezia ha aumentato gli investimenti di venture capital del 338% (seconda solo a Pechino), mentre le aziende del Paese del Nord Europa, già patria di Spotify, il campione della musica in streaming, hanno capitalizzato 788 milioni di dollari, escludendo il private equity.

L’Europa, invece di riformare il copyright, potrebbe investire di più e meglio in startup tecnologiche: gli unicorni, soprattutto nel Fintech (dove sono stati investiti 50 miliardi di dollari in un biennio), rappresentano un’opportunità per il mondo di domani. I vecchi arnesi della carta stampata rappresentano invece il passato. Infine, il voto europeo sul copyright è un fenomenale assist per movimenti populisti e sovranisti nella UE. In Italia la fiducia nell’Unione europea langue al 36% (contro il 49% della Germania).

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