Robot vs. denatalità: la fine del lavoro o un’opportunità per mettere il turbo alla produttività?

Secondo Ian Bremmer, esperto di geopolitica e fondatore di Eurasia Group, l’automazione avrà un impatto enorme sui posti di lavoro in Occidente: in Giappone è a rischio il 21% dei posti di lavoro, in UK il 30%, in Germania il 35%, negli USA il 38% (fonte: Pwc). Bill Gates, co-fondatore di Microsoft e filantropo, ha lanciato la provocazione di tassare i robot (l’hardware e non il software, visto che l’azienda che lo porterà a diventare il primo trilionario della Storia si occupa di sistemi operativi e software, per lo più).

Senza dubbi, sono numeri che fanno tremare le vene e i polsi. Non bastavano le Zombie economics, la trasformazione digitale e la globalizzazione a mettere sotto pressione il mondo del lavoro: ora pure robot e intelligenza artificiale (AI) minacciano di far sparire mestieri come in un gioco di prestigio. Dunque, ci si interroga se i costosissimi programmi di Reddito di cittadinanza (chiesti a gran voce dall’italiano M5S e dal socialista francese Hamon, che ha scalato le primarie d’oltralpe proprio con lo slogan del reddito universale). Paure da neo-luddisti? Ansia da cambiamenti paradigmatici?

Se in effetti i robot sostituiranno lavori ripetitivi (perfino in cucina), l’intelligenza artificiale mette nel mirino le professioni cognitive, “dagli avvocati ai commercialisti, dai medici agli interpreti”, senza dimenticare i giornalisti. Il salario di cittadinanza placa l’ansia di una devastante disoccupazione di massa. Ma poi ci sono i fatti. Lo zoccolo duro del reale.

E allora guardiamo i numeri: America e Germania hanno la disoccupazione al minimo storico (a differenza dell’Europa del Sud, che arranca a recuperare i posti di lavoro bruciati dalla crisi dei debiti e dal conseguente credit crunch). In compenso, Germania, Italia e Giappone vanno incontro (ognuno col suo passo) all’inverno demografico: la denatalità affligge Italia e Germania, per esempio. Allo stesso tempo i cosiddetti movimenti “populisti” (o sovranisti) si oppongono con forza all’immigrazione, all’ingresso cioè di nuova forza-lavoro nei Paesi dove la denatalità mette a rischio sistemi pensionistici – sostenibilità del Welfare e sistema industriale (l’anno scorso la cancelliera Merkel ha accolto un milione di profughi in Germania, ma è stata aspramente criticata perfino dal neo-presidente Trump: ma l’industria tedesca ha bisogno di operai, anche nell’era di Industry 4.0).

«Nel corso della storia l’espansione dell’economia globale è stata alimentata da due motori: l’aumento della forza lavoro e la maggiore produttività dei lavoratori. Questi due fattori sono andati perlopiù di pari passo. Tuttavia ci sono stati momenti in cui uno dei due motori è andato in panne, scaricando tutto il peso sull’altro», spiegano gli esperti di Picet, gruppo svizzero specializzato nella gestione patrimoniale e del risparmio.

All’ultimo WEF di Davos, proprio laddove l’anno scorso era stato lanciato l’allarme dei robot-ruba-lavoro, Accenture ha presentato uno studio che illustra come evolverà la forza lavoro nei prossimi anni: l’AI sarà sempre più umana, ma le persone devono acquisire più e-skill, più competenze. Perché il punto è che la rivoluzione tecnologica in atto vuole imprimere nuovo slancio alla produttività. E solo Dio sa quanto ce ne sia bisogno (in Italia, in primis).

Dalla ricerca Accenture, intitolata “Harnessing: Revolution: Creating the Future Workforce”, presentata a metà gennaio a Davos, emerge che l’87% dei dipendenti non esprimono pessimismo in merito all’impatto delle tecnologie digitali sulla propria vita professionale: più di 8 persone su 10 stimano che parte del proprio lavoro sarà automatizzato entro 5 anni. Inoltre, l’80% è sicuro che godrà di maggiori opportunità ed affronterà minori difficoltà grazie all’automazione delle tecnologie. L’84%, addirittura, mette gli occhiali rosa per i cambiamenti che si verificheranno nel proprio lavoro; più di un terzo è convinto che Intelligenza Artificiale (AI), Robot e Analytics aiuteranno ad essere più efficienti (74%), ad acquisire nuove competenze (73%) e a migliorare la qualità del lavoro (66%).

Quindi, entro il 2055 circa la metà dei salariati nell’economia globale (pari a 1,1 miliardi di lavoratori) potrebbero essere rimpiazzata da robot e da tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (AI). Secondo il report, il risparmio, in termini di buste paga, si aggirerebbe sui 12.000 miliardi di dollari.

Ricapitolando: nell’era della denatalità occidentale e delle forti resistenze popolari nei confronti dell’immigrazione, siamo proprio sicuri che la robotica e l’AI rappresentino una minaccia? O non sono un’opportunità incredibile per aumentare la produttività, mentre la forza lavoro non avrebbe la possibilità di crescere?

Mirella Castigli

Sentiment e big data reinventeranno i sondaggi nell’era delle Fake News

In questo momento orwelliano della politica, in cui le Fake news sono sulla cresta dell’onda e spesso oscurano i fatti, i sondaggi mostrano le rughe. Non hanno funzionato con la Brexit, hanno fatto un buco nell’acqua con Hillary Clinton e potrebbero mettere in fibrillazione perfino le elezioni che si svolgeranno nell’arco dei prossimi dodici mesi in Paesi chiave dell’Unione europea (UE), dalla Francia all’Italia.

I modelli matematici alla base dei sondaggi sono giunti al capolinea? No, non è così, ma per sopravvivere, i sondaggi – per sopravvivere alla rivolta del ceto medio contro l’establishment (di cui i sondaggi sono visti come strumento di controllo dell’informazione) – devono essere reingegnerizzati, aprendosi a Sentiment e big data. Come, ce lo spiegano gli autori Andrea Ceron, Luigi Curini, Stefano Maria Iacus di “Politics and Big Data. Nowcasting and Forecasting Elections with Social Media“, edito da Routledge.

Mentre il faccione del presidente americano Trump campeggia su una pubblicità di Twitter nelle stazioni della metro a Tokyo (ma più The Donald twitta, più il micro-blogging affonda in Borsa), il libro “Politics and Big Data” ci illustra qual è il futuro dei sondaggi: “Anche se larga parte dei modelli matematici basati sui #sondaggi assegnava a Hillary Clinton più del 90% di possibilità di vincere le elezioni, il sentiment misurato in rete permetteva agli autori del saggio di identificare una partita molto più aperta, assegnando con certezza (e contro larga parte dei pronostici) l’ Ohio e la Florida a Trump e segnalando come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania sarebbero stati in bilico fino all’ ultimo“. Del resto, i trend di Google avevano “anticipato” la Brexit. Ciò accade perché i sondaggi tradizionali vengono “rifiutati” dagli intervistati, ma in Rete gli elettori, magari protetti dall’anonimato, riescono a fornire risposte più aderenti al loro stato d’animo, magari mossi dall’impulsività.

Il futuro dei sondaggi passa dunque dal data mash up, dalla capacità di mettere insieme sondaggi tradizionali, Sentiment e big data, perché, solo unendo una pluralità di fonti e molteplicità di dati, è possibile.

Mirella Castigli