I tre jolly nella manica di Huawei e Pechino

Il congelamento di 90 giorni del bando a Huawei – che ieri ha fatto respirare le Borse mondiali – è nella logica delle cose. Nessun uomo è un’isola, tanto meno le aziende, frutto di intrecci profondi intessuti in decenni di globalizzazione.

I tre jolly nella manica di Huawei e Pechino
I tre jolly nella manica di Huawei e Pechino

I guadagni di Apple potrebbero crollare del 29% a causa di una rappresaglia cinese, se Pechino rispondesse con il bando a Huawei con un’analoga messa al bando di iPhone, spiega Goldman Sachs. Ma non solo. Pechino ha tre jolly nella manica. Continue reading “I tre jolly nella manica di Huawei e Pechino”

Se la sindrome di Daenerys s’impossessa di Google

Spoilerando le ultime due puntate del finale di stagione di Games Of Thrones (si astenga dalla lettura chi non le ha ancora viste!), potremmo dire, senza tema di smentita, che l’ombra di Daenerys si allunga minacciosamente su Google, la società californiana che ha deciso – con una rocambolesca inversione ad U rispetto al suo passato – di seguire il Presidente Trump nella guerra dei dazi contro la Cina e rompere i ponti con Huawei, il vendor che, dopo la sud-coreana Samsung, più ha reso popolare il sistema operativo Google Android nel mercato smartphone.

La sindrome di Daenerys – che all’improvviso “impazzisce”, cede alla furia irrazionale e, novella Medea, con spietata efferatezza e piglio da regina sanguinaria, con un gesto repentino, cancella un destino di eroina positiva, costruito passo a passo in ben otto stagioni di serie Tv – sembra essersi impossessato di Google. Come se Trump, tutto “fuoco e furia“, travestito da drago, avesse scorrazzato per i cieli Google – Daenerys (la madre dei draghi, la spezzacatene ovvero la liberatrice deli schiavi…), fino alla scena madre della brutale distruzione di Approdo del Re e dei suoi inermi abitanti.  Continue reading “Se la sindrome di Daenerys s’impossessa di Google”

Google vs. Huawei. Prove tecniche di Sovranismo Digitale

Quando il Presidente USA Trump ha messo al bando Huawei, inserendola nella blacklist, ha provocato l’escalation che sta raggiungendo il suo culmine in queste ore. Reuters riporta che Alphabet, la capofila di Google, ha sospeso ogni business di trasferimento di tecnologia con Huawei, tranne quelli coperti da licenza Open Source. Significa che il colosso tecnologico cinese perde l’accesso agli aggiornamenti di Google Android (il sistema operativo che gira sui dispositivi targati Huawei): i futuri smartphone del gigante – che ha superato Apple nelle vendite -, finito nel mirino di Trump, non potranno più aprire il Google Play Store (per scaricare ed aggiornare le apps), la posta elettronica Gmail, le mappe, l’assistente digitale e le applicazioni di YouTube.

Google e le aziende USA sospendono i futuri rapporti con Huawei
Google e le aziende USA sospendono i futuri rapporti con Huawei

La galassia Google finirà fuori dal radar di Huawei. L’impatto delle minacce di Trump colpisce con furia la supply chain dei colossi hi-tech: non solo Google, ma anche Qualcomm, Intel (ma sono in declino i titoli delle europee Infineon e STM…) chiudono i ponti con Huawei, finita nella blacklist dell’amministrazione statunitense.  Continue reading “Google vs. Huawei. Prove tecniche di Sovranismo Digitale”

Google Pixel 3 e Pixel 3 XL, gli smartphone del decennale di Android

Ieri sera, a New York, Google ha tolto i veli a Pixel 3 e Pixel 3 XL, la nuova edizione della gamma di smartphone Made by Google. Con lo stesso design dei modelli precedenti, ma con una cornice assottigliata, il Pixel 3 ha uno schermo da 5,5 pollici contro i 6,3 pollici dell’XL. I due smartphone, dotati di ricarica wireless e con supporto verticale per funzionare da home speaker durante la fase di ricarica, grazie all’assistente vocale, scommettono su un’unica fotocamera posteriore, confidando in una superiore elaborazione delle immagini tale da competere con i modelli con doppio obiettivo.

Google Pixel 3 e Pixel 3 XL, Google Home Hub e Pixel Slate: tutti i prodotti Made by Google
Google Pixel 3 e Pixel 3 XL, Google Home Hub e Pixel Slate: tutti i prodotti Made by Google

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News del #2febbraio – Le brevi dal mondo digitale

Oggi mettiamo sotto la lente le trimestrali di Apple, Amazon, Alphabet, le tre aziende in corsa per diventare la prima società da un trilione di dollari di capitalizzazione in Borsa.

Gli analisti prevedevano che Apple avesse venduto 79.2 milioni di iPhone nel trimestre di dicembre, secondo Toni Sacconaghi di Bernstein, battendo il record dei 78.3 milioni. Invece Apple ha deluso le aspettative di Wall Street. Pur macinando profitti record, non ha venduto gli iPhone sperati, ma la domanda di iPhone X è solida (secondo Canalys, 29 milioni di unità vendute). Le vendite degli smartphone sono scese dell’1% a 77.3 milioni di unità vendute. Ma a placare gli animi è la promessa che parte dei 285 miliardi di dollari in contanti andrà agli azionisti, anche se la riduzione del net cash non si sa come verrà ripartita fra ritorno di capitale agli azionisti in forma di buyback azionari, dividendi, spese in conto capitale o acquisizioni (sono 19 quelle effettuate nel 2017). La riforma fiscale di Trump comporterà una tassa una tantum di 38 miliardi per far “rientrare” i capitali negli Usa. Il fatturato si attesta a 88.3 miliardi di dollari, in aumento del 13%, e i profitti pari a 3.89 dollari per azione, in rialzo del 12%, contro 78.4 miliardi e 3.36 dollari per azione di un anno fa. Il business dei servizi (Apple Music, App Store e iCloud) è salito del 18% a quota 8.4 miliardi di dollari, sotto le attese (e in lieve calo rispetto al trimestre precedente). Apple conta 1.3 miliardi di device in uso, in crescita del 30% nell’ultimo biennio. L’azienda di Cupertino ha venduto 5.1 milioni di Mac per 6.9 miliardi di dollari, in declino del 5% anno su anno. L’iPad cresce nei numeri (+1%), ma scende in fatturato (-6%): 13.2 milioni di tablet venduti per 5.9 miliardi di dollari. Vale 5.5 miliardi di dollari di ricavi il business che comprende Apple TV (il set-top-box), delle cuffie wireless AirPods ed Apple Watch (cresce l’interesse per lo smartwatch).

Alphabet, la holding del motore di ricerca Google, ha archiviato il trimestre con una perdita di 3 miliardi di dollari, o 4,35 dollari ad azione, a causa della riforma fiscale statunitense e della multa dell’Antitrust europea. L’utile è pari a 6,8 miliardi di dollari o 9,70 dollari ad azione, sotto ai 9,9 dollari attesi dagli analisti. I ricavi sono saliti del 24% a 32,32 miliardi di dollari, superando il consensus, grazie ai ricavi pubblicitari generati Google. Il titolo di Alphabet cala a causa dell’aumento delle spese per i dispositivi consumer (come i Pixel 2), per l’app di video condivisione YouTube e per il cloud computing. Le spese sono salite del 27% a 24.7 miliardi di dollari. Sundar Pichai, numero uno di Google, ha spiegato che il cloud computing ha generato un miliardo di dollari nel trimestre: Google G Suite, il software workplace, ha raddoppiato i clienti a 4 milioni in due anni.
Alphabet ha superato per la prima voglia la soglia dei cento miliardi di fatturato annuale: ha generato 110.9 miliardi di ricavi annuali, in rialzo del 23%. I profitti calano del 35% a 12.6 miliardi di dollari. Il fatturato Non-advertising di Google sommato coi ricavi di Verily ed altri business di Alphabet sale a 15.5 miliardi di dollai nel 2017: rappresenta il 14% dei ricavi totali contro il 12% precedente.
Facebook e Google, secondo eMarketer, sfiorano il 60% dei ricavi derivanti da mobile advertising.

Amazon ha messo a segno un fatturato di 60.5 miliardi di dollari, in crescita del 38%, mentre gli utili mettevano a segno un nuovo record, salendo a 1.9 miliardi, o 3.75 dollari per azione, in rialzo rispetto a 749 milioni di dollari di un anno fa. I solidi margini impressionano, nonostante i pesanti investimenti dell’azienda per crescere. L’advertising diventa sempre più un business ad elevata crescita. La società guidata dal Ceo Jeff Bezos ha venduto “decine di milioni” di home speaker della gamma Echo con l’assistente vocale Alexa.

Gli assistenti digitali e IoT spopolano al CES 2018

Al CES 2018 di Las Vegas ci sono due protagonisti: uno silenzioso e che gira in background, Internet of Things (IoT), che Samsung ha ri-soprannominato, con astuzia intuitiva, l’Intelligenza delle Cose; l’altro parla, eccome se parla, trattandosi degli assistenti digitali (vocali) che conquistano Tv e nuovi dispositivi.

Gli assistenti digitali e IoT spopolano al CES 2018
Gli assistenti digitali e IoT spopolano al CES 2018

La Tv top di gamma Lg W8 conquista Google Assistant. Anche Sony supporta sia Google Assistant che Amazon Alexa. I televisori di Hisense sono compatibili con il controllo vocale di Alexa.  Continue reading “Gli assistenti digitali e IoT spopolano al CES 2018”

Carrellata di fine anno sulle Big IT. In un mercato azionario sopravvalutato del 20%

Questo post nasce dalla considerazione che le borse globali sono passate dai 34 trilioni del 2008 ai più di 80 trilioni di oggi. Apple e Alphabet (la capofila di Google) sono in gara per diventare la prima azienda da un trilione di dollari. Ma, sarà vero o no, c’è chi teme che i mercati azionari siano sopravvalutati di almeno un 20%. Quindi, in attesa di sapere ciò che avverrà (a dispetto di Bitcoin, visto più come bene rifugio che come asset speculativo, in questo caso), scattiamo una panoramica sulle Big IT, fra acquisizioni e previsioni.

Aggiungeremo una nuova istantanea alla nostra carrellata. Ogni nuovo pezzo verrà aggiunto in alto, per agevolare la lettura complessiva: dopo il ritratto di Apple, Facebook e Google, oggi tocca a Amazon.  (POST in fieri: un update al giorno).

Amazon Key, l'e-commerce porta i pacchi nel salotto di casa
Amazon Key, l’e-commerce porta i pacchi nel salotto di casa

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SLIDESHOW: Pixelbook, Pixel 2 e 2 XL: l’hardware Made by Google con l’AI dentro

L’intelligenza artificiale (AI) è il vero fil rouge dell’evento di ieri sera di Google, in cui sono stati presentati il chromebook ibrido (2-in-1) Pixelbook, gli smartphone Pixel 2 e 2 XL: l’AI sale a bordo degli smartphone e perfino di una fotocamera che decide da sola quando scattare. Invece gli auricolari wireless Pixel Buds, con Google Assistant, traducono in tempo reale in quaranta lingue grazie a Google Translate.

Google Pixelbook, Pixel 2 e 2 XL: l'hardware con AI dentro
Google Pixelbook, Pixel 2 e 2 XL: l’hardware made by Google con l’AI dentro

I nuovi Pixel, gli smartphone con il retro più sexy, sono stati presentati, all’indomani (o quasi) dell’acquisizione per circa un miliardo di dollari di circa 2mila ingegneri e developer dall’azienda taiwanese HTC. Ma vediamo i nuovi smartphone nel dettaglio, specifica per specifica, ricordandoci che hanno un segno particolare: l’AIContinue reading “SLIDESHOW: Pixelbook, Pixel 2 e 2 XL: l’hardware Made by Google con l’AI dentro”

Lo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale (AI)

L’intelligenza artificiale (AI) di Google ha il doppio del QI di Apple Siri, ma entrambe verrebbero battute da un bambino dell’età di sei anni. Sono i risultati a cui è giunto uno studio condotto nel 2016, secondo il quale l’AI di Google è salito a 47.28 (molto più di quanto avesse nel 2014), mentre Siri ha totalizzato un punteggio di 23.94 punti. La cinese Baidu ha messo a segno 32.92 punti, mentre Microsoft Bing ne conteggia 31.98.

Lo stato dell'arte dell'intelligenza artificiale (AI)
Lo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale (AI)

L’AI di Google è salita alla ribalta quando AlphaGo ha battuto il campione di Go in Cina, il leggendario Lee Se-Dol, e poi Ke Jie, il miglior giocatore di Go al mondo. Go è un gioco di strategia complesso ed è stato il banco di prova dello stato dell’arte dell’intelligenza artificiale (AI). AlphaGo è un software per il gioco del go sviluppato da DeepMind, impresa britannica di intelligenza artificiale, fondata nel 2011, acquisita da Google nel 2014 ed oggi controllata da Alphabet, la capofila del motore di ricerca di Mountain View.  Continue reading “Lo stato dell’arte dell’intelligenza artificiale (AI)”

VIDEO: Aspettando Pixel 2, Google compra i talenti di HTC

HTC non è un vendor Android qualsiasi, ma – volente o nolente – è un primus inter pares, anche solo per un motivo storico: è stato il primo OEM a scommettere sull’OS open source di Google. Era l’epoca del T-Mobile G1 e all’epoca la casa di Taiwan era un vendor legato a Microsoft, con cui collaborava sui terminali con Windows Mobile: un’era geologica fa. Inoltre, quando Google è tornata all’hardware con i fortunati Pixel, dopo la svendita di Motorola (a Lenovo), è tornata a bussare alle porte del vendor taiwanese, con cui in passato aveva già realizzato i Google Nexus. L’acquisizione del team di HTC, per 1,1 miliardi di dollari, da parte di Google, ha dunque radici profonde, indice di un rapporto che prosegue negli anni.

Aspettando Pixel 2, Google compra i talenti di HTC
Aspettando Pixel 2, Google compra i talenti di HTC: affare da 1,1 miliardi di dollari

Certo, dal picco di vendite del 2011 (con 45 milioni di unità, secondo Counterpoint Research), Htc è piombata a 12,8 milioni di smartphone, passando dal 9% di market share a meno dell’1%. Una china pericolosa. Gli ultimi anni non sono stati facili per Htc, costretta a licenziare migliaia di dipendenti, a causa dell’ascesa delle tigri cinesi (Huawei, Xiaomi, ZTE, Vivo e Oppo: i produttori cinesi hanno raddoppiato l’export in tre anni, ora esportano il 40% dei loro device; Huawei, con un balzo del 50% in Europa nella prima metà dell’anno, potrebbe superare Apple come secondo vendor al mondo, alle spalle di Samsung: il Mate 10 è atteso il 16 ottobre), mentre esploravs nuove strade, oltre Android, ampliando il raggio d’azione alla realtà virtuale con il visore per la realtà virtuale (VR) Htc Vive.

La scommessa di Google, forte di oltre un miliardo di dollari per aggiudicarsi i talenti di HTC, dimostra che il motore di ricerca fa sul serio nell’hardware, il cui business è cresciuto del 42% a 3,1 miliardi di dollari nel secondo trimestre (il segmento però include il cloud, in rapida crescita).

Google era già entrata nel mercato hardware, quando aveva acquisito l’americana Motorola per 12,5 miliardi di dollari: era il 2012 e l’azienda aveva fretta di rastrellare brevetti per difendersi nella Patent war innescata da Apple. Ma, dopo soli tre anni, Google cedette gli asset hardware di Motorola alla cinese Lenovo, per una frazione della cifra sborsata solo pochi trimestri prima: fu costretta a vendere, anche a causa delle tensioni innescate fra i vendor Android (Samsung aveva minacciato di mettere Android in secondo piano, scommettendo su Tizen OS). Ma l’anno scorso Google ha assunto Osterloh (ex Motorola) per guidare il business hardware, dove verrà inglobato il team di Htc.

L’acquisizione dei talenti provenienti da Htc, per costruire i prossimi Pixel (a proposito, Pixel 2 vedranno la luce il 4 ottobre), creerà una nuova ondata di tensione fra Google, che realizza la piattaforma Android, e gli altri vendor Android, o questa volta filerà tutto liscio? Samsung non avrà timore della competizione rappresentata dai Pixel, costruiti dal team di Htc in stretta collaborazione con il team software di Google? Solo il tempo dirà se il ritorno di Google nell’hardware sia stata o meno la scelta giusta.