Non solo smartphone e digitale. La scuola oltre gli stereotipi: deve recuperare autorevolezza, credibilità, competenze

Lo stato della scuola italiana – una realtà dove convivono centri di eccellenza accanto a periferie desertiche e cimiteri degli elefanti – langue nei numeri dei test Ocse-Pisa. I test fotografano i ritardi dei nostri studenti rispetto ad altri Paesi più evoluti e al contempo sottolineano le diseguaglianze fra gli studenti lungo la Penisola: quelli di Bolzano, Trento e Lombardia, per esempio, segnano punteggi superiori di circa 30 punti rispetto alla media italiana, mentre gli alunni della Campania risultano 30 punti sotto, fatto che li zavorra di un ritardo pari a un intero anno scolastico.

Non solo smartphone e digitale. La scuola oltre gli stereotipi: deve recuperare autorevolezza, credibilità, competenze
Non solo smartphone e digitale. La scuola oltre gli stereotipi: deve recuperare autorevolezza, credibilità, competenze

In questo quadro già desolante, non va sottaciuto il grido di allarme delle associazioni di categoria: l’Osservatorio delle Competenze Digitali, condotto da Aica, Assinform, Assintel e Assinter Italia e promosso da Miur e Agid, nel triennio 2016-2018 stima che si potrebbero creare 85.000 nuovi posti di lavoro che richiedono specializzazione in ICT, ma mancano i professionisti dotati di competenze legate alla Trasformazione Digitale. 

Il 70% dei giovani non trova lavoro a causa della mancanza delle competenze traversali (soft skills), stando al Rapporto Giovani 2017 (RG2017) dell’Istituto Toniolo, realizzato con il supporto di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Cariplo. Il percorso formativo è cruciale nella carriera lavorativa, ma sia i Neet che i giovani che non posseggono le Life skills rischiano di diventare una generazione inoccupabile: “stanno sprecando le capacità e la vitalità dei trentenni, sospesi in un limbo indefinito”.

Servono competenze digitali e mindset imprenditoriale per lavorare: i giovani dovrebbero studiare imprenditoria, gestire le proprie idee e i sistemi complessi per trasformarle in business. Un esempio: i fondatori di AirBnb, una delle startup regine della Sharing economy, per emergere hanno utilizzato il design thinking, modello manageriale di gestione aziendale nato negli anni 2000 a Stanford, in California: non erano né immobiliaristi né architetti, ma soltanto studenti che tuttavia hanno avuto l’abilità di valutare l’importanza dello spazio, imparare a proporlo ai clienti, occupandosi di una molteplicità di questioni, dalla creazione della piattaforma alla gestione del servizio: “una sorta di pensiero strutturato e omni-comprensivo”, secondo la definizione di Arun Sundararajan, uno dei massimi esperti mondiali di sharing economy.

La nostra scuola è in grado di fornire agli studenti la cassetta degli attrezzi necessaria per affrontare un futuro disruptive? Al momento sembra di no, tranne che nelle punte di eccellenza (che esistono e vanno sostenute maggiormente, affinché diventino case history da replicare altrove).

La scuola italiana, con o senza smartphone sui banchi, deve affrontare numerose problematiche: innanzitutto, deve svecchiare la classe insegnante, composta di membri troppo anziani, con una formazione obsoleta o scarsamente aggiornata (senza la formazione continua, la classe docente appare impreparata a svolgere le sue mansioni in una società evoluta); in secondo luogo, deve superare l’asfittica burocrazia, che oggi sembra oberare la scuola di inutili e farraginose incombenze e riunioni, perdendo di vista l’obiettivo principale (che consiste anche nel preparare i ragazzi all’economia digitale e all’industria 4.0); in terzo luogo, deve potenziare le eccellenze, esportarle nel resto d’Italia e incentivare i docenti più meritevoli, gettando alle ortiche incapaci – frustrati e incompetenti. Alcuni insegnanti si ammantano di eccessiva e fasulla severità, nascondendo così le loro reali lacune: questi docenti generano frotte di Neet, la cosiddetta Lost generation (generazione perduta) di chi non lavora (perché privo di competenze) né studia (perché espulso da una scuola non accogliente, ma che promuove solo ortodossi, conformisti e yes-man, gettando alle ortiche chi non si allinea al Pensiero Unico della Mediocrità imparata a memoria come pappagalli).

La ministra Valeria Fedeli vuole introdurre lo smartphone a scuola, sperando così di far compiere un balzo alla trasformazione digitale in aula. Lo smartphone è un dispositivo in cui oggi i nostri ragazzi, a capo chino e con il collo reclinato all’ingiù, rovesciano tutte le parole che agli adulti non dicono, ma che vomitano – come Sos – nei loro display luminosi ed abbaglianti. Lo smartphone è uno strumento totalizzante: rapisce l’attenzione degli adolescenti, ne inghiotte la curiosità e li riduce a zombie, esseri che camminano, distratti, perennemente attaccati alla loro appendice digitale. Ovviamente uno strumento è solo un mezzo: è neutrale; è il suo utilizzo – scriteriato o pienamente consapevole – a renderlo positivo o negativo, sia a scuola che in famiglia. Compito della scuola dovrebbe innanzitutto consistere nel trasformare gli studenti in utenti consapevoli: in grado di distinguere una notizia da una bufala, verificando sempre le fonti ed evitando di far girare le fake news sui social network; in grado di utilizzare la Rete per migliorare l’ecosistema in cui viviamo, sia in ambito politico che relazionale (rafforzando e non deteriorando il legame fra le persone nella comunità); in grado di rendere gli studenti di oggi i cittadini di domani, costruttori di ponti e società, attraverso la potenza delle parole che danno forma a un discorso.

Una scuola che sappia accogliere i giovani, invece di voltar loro le spalle, sa accogliere anche le loro appendici digitali: gli smartphone. Ma solo una scuola che sappia stappare le orecchie degli studenti, che sappia catturarne l’attenzione (oggi distratta) e sappia fare entrare in quelle orecchie nuove parole – narrazioni – concetti – emozioni, che magari un teenager non aveva mai sentito, solo una scuola che sappia farsi ascoltare, grazie all’autorevolezza e alla competenza degli insegnanti, può accogliere gli smartphone sui suoi banchi. Solo una scuola che ritorni ad essere “ascensore sociale”, capace di offrire pari opportunità a tutti, può combattere le diseguaglianze che gli smartphone – oggi veri status symbol – si portano in classe: perché la scuola è il luogo dove tutti hanno gli stessi libri di testo e godono di pari opportunità, mentre l’ingresso degli smartphone riporta in aula le differenze-di-classe, le diseguaglianze sociali che già affliggono i possessori di device fuori dagli istituti scolastici e nella vita quotidiana.

Solo una scuola che rilancia e non rinuncia può accogliere gli smartphone: solo una scuola che innesca parole come ordigni e ne toglie la sicura, rende gli studenti forti, liberi, portatori sani di pensiero critico e cittadini consapevoli. Solo una scuola non sfiduciata, non delegittimata, non fallimentare o rinunciataria non rinchiude i ragazzi nel giardino recintato delle loro protesi hi-tech.

Lo smartphone può entrare in classe solo se in aula l’insegnante svolge il suo ruolo con autorevolezza e in armonia, legittimato dall’alleanza educativa scuola – famiglie. Senza dover asserragliarsi dietro una cattedra, protetto dal registro usato come scudo e trincerato da un curriculum privo di voli pindarici. Se il docente insegna e sa catturare gli sguardi degli studenti, non dovrà temere il touchscreen degli schermi. Se invece trionferà l’in-docente, verrà travolto dagli smartphone: a quel punto non terrà più l’argine del fucile puntato, la funzione repressiva dell’insegnante-carabiniere, ma la classe si riempirà di ragazzi ingestibili, cyber-bulli ed hater.

Che fare? La scuola italiana, tranne le eccellenze, non sembra in grado di affidare ai ragazzi la gestione di un dispositivo così potente come uno smartphone: eppure la scuola dovrebbe affidare ad ogni ragazzo una nave. Con la sua intrinsca possibilità di cambiare rotta rispetto alla vita – alla famiglia – al contesto che il destino gli hanno affibbiato. La scuola dovrebbe abbattere la cattedra e la comunicazione unidirezionale (come la vecchia Tv), ma rendere la lezione dialettica, fatta dai ragazzi insieme agli insegnanti, usando – come Internet  -la comunicazione bi-direzionale, a mani alzate e con lo sguardo alzato, ad altezza degli occhi dei professori e non solo abbassato a prendere appunti. Ecco, nella scuola ideale, lo smartphone dovrebbe rendere lo studente partecipativo e non più una pagina bianca da riempire: la scuola ideale interpella gli studenti, li invita a contraddire e criticare; nella scuola che vorremmo gli studenti dovrebbero incalzare i docenti, chiedere precisazioni, esemplificazioni, bombardarli di chiarimenti. La scuola ideale non è un tribunale, ma una comunità dialogante. Ma lo è anche senza smartphone: anzi lo è prima di aprire le porte ai dispositivi. Oppure il ministro crede che introducendo il device-dei-desideri, possa operare il miracolo di trasformare la scuola in uno strumento per rendere l’Italia un Paese migliore? Io temo che invece questo spalancare i portoni della scuola ai telefonini intelligenti, sia un segno di resa: resa alla maleducazione imperante, al furbismo, alla volgarità, all’egoismo e al narcisismo. Temo che diventi la definitiva delegittimazione – evaporazione – erosione della classe insegnante, a meno che – prima – non avvenga la rivoluzione copernicana che tutti attendiamo da almeno quarant’anni. Solo una scuola che sappia stimolare la creatività, dà i migliori risultati in linea con Germania – Finlandia – Singapore.

In definitiva, no agli smartphone nelle scuole. La sperimentazione potrebbe limitarsi ai centri di eccellenza. Ma per estendere la sperimentazione a tutte le scuole, servirebbe – prima – una riforma scolastica degna di questo nome, in modo da allineare le scuole più arretrate con quelle i cui studenti primeggiano nei test Ocse – Pisa.

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