Coronavirus e de-coupling, la de-globalizzazione nell’era del fattore G come Geo-politica

Potè più il coronavirus della guerra dei dazi (in fase di tregua, dopo il recente accordo) per avviare il de-coupling fortemente voluto dal Presidente USA Donald Trump? Lo dirà la storia, ma oggi la Cina è isolata: sono cancellati di ora in ora i voli da e per la Cina delle maggiori compagnie aeree del mondo (prima Lufthansa, seguita da British Airways e KLM…) e con le frontiere orientali chiuse dalla Russia dello zar Putin, che prima aveva adombrato la teoria complottista, in stile novax (il Presidente Xi Jinping che sfrutta e drammatizza il coronavirus per giustificare il forte rallentamento dell’economia cinese), per poi cedere al terrore di commettere l’errore più grave per un autocrate, la sottovalutazione del pericolo.

Coronavirus e de-coupling, la de-globalizzazione nell'era del fattore G
Coronavirus e de-coupling, la de-globalizzazione nell’era del fattore G come geo-politica

Il de-coupling (letteralmente: disaccoppiamento) fra le economie, fino a ieri super interconnesse, di USA e Cina è lo spettro che si aggira nel mondo e dimostra quanto la de-globalizzazione nell’era del fattore G (nel senso di geo-politica) sia in atto. Due fatti: il caso Apple e il 5G.

Secondo il Nikkei, sono 80 milioni gli iPhone richiesti da Apple per il semestre, ma sulla produzione aleggia lo spettro dell’incognita della diffusione del coronavirus nella zona di Hebei, dove si trova la città cinese di Wuhan, epicentro della diffusione del temibile coronavirus, dove si concentrano i centri manifatturieri del colosso guidato dal Ceo Tim Cook.

Apple, che oltretutto è stata condannata a pagare quasi un miliardo di dollari di danni per aver violato i brevetti di proprietà del CalTech (California Institute of Technology), perché chi di brevetti ferisce, di brevetti perisce (la guerra nucleare dei brevetti è uno dei frutti avvelenati lasciati in eredità dal compianto Steve Jobs), è al centro della tempesta prefetta: come Xiaomi ha dovuto chiudere i negozi, ma in più ha le fabbriche nella provincia cinese della città di Wuhan, dove l’epidemia ha avuto inizio.

Sul fronte 5G, è tutto in forse. La Cina e la Sud-Corea spingono, ma il resto del mondo nicchia. Soprattutto dopo che UK ha deluso l’alleato USA, l’unico alleato vero dopo la Brexit, al via da domani, che sperava che Londra abbandonasse Huawei per passare al 5G di altri operatori di mercato più vicini ai valori statunitensi. Ricordiamo che danni Huawei è sulla graticola, da mesi in stato d’accusa e agli arrewsti domiciliari (dopo il carcere) la figlia del fondatore, per via di una lunga serie di accuse mosse da Trump e da varie Telco americane contro il colosso cinese.

Il coronavirus sta portando i mercati in rosso, ma non causerà una recessione globale. Forse perché la de-globalizzazione riuscirà ad ovviare i problemi più impellenti di una Cina isolata dal mondo? Ce lo domandiamo. Ma tutto sembra appesa a un filo. Il filo della speranza che non si realizzi la profezia di Bill Gates sulle pandemie in Sud-Est asiatico, il filo della speranza che il de-coupling non metta in ginocchio i paesi esportatori che in Cina facevano affari d’oro.

Intanto, Jack Ma, fondatore di Alibaba, Bill & Melinda Gates Foundation hanno donato milioni di dollari per combattere il coronavirus, insieme a Apple, Tencent ed altre multinazionali. Primum vivere. Poi si vedrà.

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